Come sta la musica d’autore italiana?

Come sta la musica d’autore italiana?

Lo scorso 13 ottobre è stata senz’altro la data (finora) più significativa di questo angusto 2016. Senza voler negare il rispetto e gli onori a tutti gli artisti che quest’anno si sono messi in fila per lasciare “a tutti i costi” il proprio segno, se già l’avessero fatto con il loro lavoro, nella memoria collettiva (a partire dal fu Lemmy Kilmister fino al più recente Pete Burns), sottolineerò semplicemente la “curiosa” concomitanza di eventi di quel giorno rappresentati essenzialmente dalla dipartita del maestro della satira italiana Dario Fo e dall’assegnazione del “Premio Nobel per la Letteratura” a Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan(“…per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”). A queste prime righe, vado ad aggiungervi anche un ghigno sornione istintivo e non voluto, forse dettato dalla strana sensazione di aver metabolizzato piuttosto male entrambe le notizie. Per la prima non credo occorrano spiegazioni: Dario Fo è stato e resterà per sempre molto più di un orgoglio puramente italiano, dato che la sua arte ha sempre avuto la capacità di oltrepassare i confini nazionali e di essere apprezzata in tutto il mondo. Per la seconda, la soddisfazione di un comune fan nasconde un certo retrogusto amaro, di quelli che ti portano a considerare il Nobel assegnato a Bob Dylan più come una sorta di “premio alla carriera”, piuttosto che qualcosa di veramente degno e giustificato. Perché siamo seri, un riconoscimento del genere Mr Zimmerman se lo sarebbe meritato già da un bel po’ di tempo, anziché aspettare la vigilia dei suoi ormai 60 anni di carriera.

Complice forse questa specie di “combo” tra le due notizie, sono stato istintivamente trasportato dalla voglia di rifugiarmi in quel tipo di musica che definisco “familiare”, quella con la quale sei cresciuto sin da piccolo grazie ai suoi autori, di cui hai imparato a memoria i testi e hanno dato per la prima volta forma e sostanza alle tue emozioni (oltre che alla sensibilità “musicale” di ciascuno di noi). Nel mio caso, mi riferisco al buon vecchio cantautorato all’italiana, dove se cominciassi a spendere nomi non si finirebbe più (giusto qualcuno, dai: Francesco De Gregori, Fabrizio De André, Francesco Guccini, Rino Gaetano, Lucio Dalla…), quindi preferisco soffermarmi sul riflesso (esploso grazie a un paio di cuffie e un giradischi) che mi ha portato naturalmente a domandarmi quale fosse lo stato di salute della musica d’autore contemporanea, se ci aggiungete anche il fatto che difficilmente riesco a tenere a mente le facce e i nomi di chi va affacciandosi da 10 anni a questa parte al mestiere di “cantore moderno”.

SE IERI E’ OGGI…”

La sensazione è sempre un po’ quella di tornare al porto sicuro dopo aver navigato per lungo tempo in mare aperto. E non potrebbe essere altrimenti, perché sto parlando di uno stile ereditato direttamente dalla tradizione americana e che l’Italia fra tutti i paesi al mondo ha saputo metabolizzare e fare suo tanto da sviluppare un vero e personale marchio di fabbrica. Se si spostano indietro le lancette del tempo, non si può non fare tappa nei rivoluzionari anni 60, quelli della musica popolare italiana all’apice della sua espressione artistica (grazie soprattutto a locali di ritrovo, jam e sperimentazioni come lo storico “Folkstudio” di Roma), testimoniata da cantautori figli del rock, del jazz, e della lezione folk “Dylaniana”, come Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Riccardo Cocciante, il “primo” Antonello Venditti, Francesco Guccini, Fabrizio De André. Il tutto si traduce con una lista infinita di canzoni indimenticabili, che continuano ancora a oggi a viaggiare su quei pochi e semplici accordi, sulle melodie fischiettate e sui versi poetici ora enigmatici e metaforici, ora duri e inequivocabili. Tante penne e voci diverse (ma al tempo stesso uniche) che continuano a parlare di amore e di vita, con un’accessibilità fino a quel momento praticamente mai sperimentata (se non attraverso i personaggi già presenti in quel periodo e studiati a tavolino da “mamma Rai”). E il pubblico italiano della rinascita economica e della diffusione radiotelevisiva (propriamente anni 70) ben presto se ne rende conto, grazie alle kermesse come il Festival di Sanremo (che regala brani come “4/03/1943” e “Piazza Grande”), le esibizioni di piazza e l’occhio vigile di case discografiche come l’RCA Italiana, l’EMI, la It o la Produttori Associati, consacrando di fatto album come “Rimmel” (1975), “Anima”(1974), “Via Paolo Fabbri 43” (1976), “Non al denaro, non all’amore né al cielo”(1971), “Mio fratello è figlio unico” (1976) e tanti altri ancora. Un tesoro di inestimabile valore che ha attraversato e continua ad attraversare (fortunatamente!) svariate generazioni.

“…OGGI E’ GIA’ DOMANI”

Se nell’ultimo trentennio le regole del successo hanno decretato in qualche modo l’immortalità di grandi nomi della musica d’autore, nonché del pop rock nostrano, come Vasco Rossi e Luciano Ligabue (complice se vogliamo anche la benedizione, ricevuta da entrambi, di maestri come De Gregori e De André), c’è da dire che non si può sempre considerare il successo di massa (con la sua bella cartellina sottobraccio piena di incontrovertibili statistiche e grandi numeri relativi a fan, dischi, riconoscimenti, concerti ecc.) unico e sincero testimone di memorabili lavori fatti di penna, musica e cuore. In quanto romano da una vita, la mia “spartana” lente di ingrandimento non ha mai potuto fare a meno di sofferamarsi nel corso degli anni sull’operato di certi cantautori ora giocolieri con le parole, ora filosofi riflessivi, ora poeti e accorti strumentisti: mi riferisco, naturalmente, al trio più prolifico di sempre formato da Daniele Silvestri, Niccolò Fabi e Max Gazzè. Tralasciando (anche se mi costa un po’ fatica!) gli onori tutt’ora legittimi e dovuti a quel mirabile progetto a 6 mani che è stato “Il Padrone della Festa” (2014, un successo di pubblico che non si registrava dai tempi di “Banana Republic” del 1979, di Dalla e De Gregori), ciò che a me preme sottolineare particolarmente di questi tre autori è quanto in questa nostra “realtà musicale contemporanea” rappresentino l’ultimo vero esempio del “cantautorato autentico”. Ognuno con il proprio stile, il proprio metodo di lavoro e la propria genuina personalità ha saputo sovvertire le regole stesse del mercato, riuscendo nell’ultimo anno persino a piazzarsi ai primi posti in classifica davanti ai fantomatici “big” (gli album in ordine d’uscita, “Maximilian”, “Acrobati”, “Una Somma di Piccole Cose”). La spiegazione di una simile “rivoluzione copernicana musicale” va ricercata in alcuni fattori semplici, ma determinanti: quello che Silvestri, Fabi e Gazzè sono riusciti a ricreare, dopo tanto tempo, è quella sensazione di intimità e vicinanza rispetto ai propri ascoltatori, coinvolgendoli attraverso molteplici espedienti (dai social network, alle interviste-concerto, alle esibizioni improvvisate in metropolitana) all’interno della loro “officina di lavoro”, ma senza creare mai un’eccessiva aura di familiarità (che altrimenti romperebbe la magia che di principio si origina tra i fan e i suoi “idoli”). Aggiungete a tutto questo un impegno lavorativo, figlio di uno studio e una sperimentazione costanti (oltre che di svariate esperienze professionali), cui si lega anche una serrata attività concertistica che ad ogni occasione finisce sempre con l’avere il sapore di una serata tra amici più che di un contesto puramente formale. E’ il miracolo stesso della creazione artistica: questi tre testimoni della cosiddetta “terza generazione della canzone d’autore italiana” (cioè quella che ha iniziato di fatto la propria carriera negli anni Novanta) hanno saputo dimostrare che la canzone di qualità ha un seguito molto più ampio di quel che ad oggi si crede. Non mancano mai la cultura, la sensibilizzazione rispetto certi temi di carattere sociale, l’onestà intellettuale e una sincera predisposizione a fornire la propria visione del mondo. La conseguenza “miracolosa” di tutto questo è quella di ritrovare anche un pubblico coinvolto e “ancora predisposto all’ascolto”, nonostante l’imbarbarimento dei tempi.

TRA PALCO E REALTA’ ”

Va da sé che il terreno (o il palco) su cui poggiano e poggeranno i loro piedi le future generazioni di cantautori si è fatto nell’ultimo ventennio molto incerto. Per la prima volta ci ritroviamo di fronte ad un vertiginoso exploit dell’offerta rispetto alla domanda, testimoniato dalla più che consistente presenza di cantanti e cantautori (o presunti tali) troppo schiavi, loro malgrado, di un altrettanto consistente numero di etichette discografiche indipendenti che vanno ogni giorno di più moltiplicandosi nell’intero Paese. Il problema di fondo, è che in un modo o nell’altro ciascuna di esse finisce o finirà inevitabilmente a rispondere alle pressanti regole del business (tessendo magari le lodi del pupillo di circostanza al fine tirare giustamente l’acqua al proprio mulino), tutte ben consapevoli di quel vecchio detto popolare per cui “con l’arte non si mangia”. Di conseguenza, nulla di quanto viene prodotto da un po’ di tempo a questa parte riesce a sopravvivere per più di un certo periodo, un po’ per la presunzione di certi aspiranti a credersi a tutti i costi “alternative” (quando alla fine risultano banali e ripetitivi), un po’ per la tendenza di alcuni a scimmiottare i big partoriti dai talent show, un po’ perché oggettivamente è diventato davvero difficile trovare qualcosa di significativamente bello da ascoltare. Troppi nomi e troppe facce, con il rischio di non appassionarsi mai veramente e non dare mai credito a chi magari fra tanti se lo merita davvero. E’ chiaro che, come ogni altro settore in crisi, anche in quello musicale manca sostanzialmente un ricambio generazionale adeguato (sia dal punto di vista artistico che produttivo), e le soluzioni fin qui adottate lasciano ai poveri emergenti (in molti casi) appena il tempo di assaporare un briciolo di notorietà per nulla rapportabile agli sforzi effettuati. Tutto questo poi finisce col riflettersi inevitabilmente in un vertiginoso calo della qualità della musica stessa, a nome naturalmente di chi veste i panni del semplice fruitore (più o meno esigente). Della serie, tutti “contenti e coglionati”.

Music & Friendship *

Music & Friendship *

E un adolescente disse: Parlaci dell’Amicizia.
E lui rispose dicendo:
Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
E’ il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
E’ la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.

Quando l’amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:
Nell’amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall’amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell’amicizia altro scopo che l’approfondimento dello spirito.
Poiché l’amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero non è amore, ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.

E il meglio di voi sia per l’amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora *

[Kahlil Gibran, “Il Profeta”, 1923]

[Joe Cocker, “Have a Little Faith in Me”, 1994]

Le “giuste” domande *

Le “giuste” domande *

A tutti voi insegnano a cercare risposte intorno, fuori dalla vostra Forma, e voi vi abituate a cercarle intorno. Così tutte le cose che imparate sono fuori, e per voi imparare diventa uscire e aggirarvi fuori dalla vostra Forma, fuori dalla vostra anima.
La maggior parte di voi non fa altro per tutta la vita. E non serve a niente. Quando è così, anche conoscere se stessi, come lo intendi tu, non serve a nulla, perché comunque le vostre domande richiedono tutte che torniate dentro la Forma.
E’ solo lì che capite le cose *

[Igor Sibaldi, “I Maestri Invisibili”, 1997]

[Daniele Silvestri, “Quanto è”, 1994]

Iron Maiden…il tempo passa per tutti *

Iron Maiden…il tempo passa per tutti *

Lo ammetto. Domenica 24 luglio sono uscito fuori di casa in compagnia di una considerevole dose di aspettative, arricchita da uno spettabile gruppo di amici complici di un pomeriggio degno di essere ricordato (da una parte). Aggiungeteci un’attesa lunga 9 anni, un lasso ti tempo che se percorso a ritroso mi riporta inevitabilmente a quel 19/06/2007, ovvero all’ultima volta che gli Iron Maiden sono passati dalle parti della Capitale (riempiendo lo Stadio Olimpico con la partecipazione “straordinaria” dei Motorhead di Lemmy Kilmister, Machine Head, Mastodon, Sadist e Lauren Harris). E in ultimo, aggiungete al “calderone” una tutt’altro che discreta risonanza mediatica legata agli eventi del concerto dello scorso 22 luglio al Mediolanum Forum di Assago (prima tappa italiana del “Book Of Souls World Tour 2016”), frutto più dell’impegno di giornalisti (o presunti tali) di tessere a tutti i costi le lodi della gloriosa band heavy metal del Regno Unito – millantandone a tutti i costi “l’eterna giovinezza” – piuttosto che della loro reale capacità di recensire in maniera sincera l’appuntamento indoor in quel di Milano, andato sold out in pochi mesi.

Inutile dirvi che la risultante di tutti questi fattori non ha fatto altro che alimentare ulteriormente il mio profondo senso di delusione rispetto a quella serata vissuta al “Postepay Rock in Roma” appena una settimana fa. Armatevi di pinze, naturalmente: per quanto le mie vi potranno sembrare più o meno delle buone ragioni, quella che leggerete è e resterà semplicemente l’opinione di uno dei tanti fan sfegatati degli Iron Maiden, che però ha visto le proprie aspettative frantumarsi sul prato bagnato dell’Ippodromo delle Capannelle lo scorso 24 luglio.

“HEAVY METAL RAVE PARTY”. Le migliori aspettative sono in grado di generare sempre una poderosa energia, che magari riesci anche a ben distribuire nell’arco di un intero pomeriggio insieme ai compagni di viaggio che ti sei scelto per l’occasione e/o che il “destino” ha voluto benevolmente farti ritrovare, riunendovi inconsapevolmente sotto la gloriosa bandiera del “New Wave of British Heavy Metal”. Ecco che allora diventi parte di una specie di vera e propria occupazione di massa dell’Ippodromo delle Capannelle, mandi giù fiumi di birra e cibo spazzatura con un’invidiabile nonchalance, ridi alle intemperie e le rendi parte di questa epica cornice heavy metal scandita in maniera costante da gruppi come “A Perfect Day”, “The Wild Lies”, “The Raven Age”, “Sabaton”, “Saxon” e “Anthrax”. Un vero e proprio rave, insomma, dove il cuore batte pesante a tempo con la musica, l’air guitar di qualche sognatore si spreca, il pogo si conferma un rito sacro, i più fortunati si tengono stretti la propria partner per esaltare ancora di più l’importanza di una simile giornata, ed altri ancora si divertono invece a improvvisare danze condite di carica erotica con qualunque ragazza quel giorno avesse scelto di essere la loro “rocket queen”. Migliaia e migliaia di anime in attesa febbrile del momento in cui Bruce Dickinson (voce), Steve Harris (basso, cori, tastiera), Dave Murray (chitarra), Adrian Smith (chitarra), Janick Gers (chitarra) e Nicko McBrain (batteria) saliranno sul palco in compagnia della loro storica mascotte “Eddie the Head” e di tutta quella carica leggendaria a cui ci hanno abituato sin dal 1980 (anno di pubblicazione dell’album di debutto omonimo, che subito li ha resi uno dei gruppi più rappresentativi della scena metal contemporanea). Così frementi da non riuscire a credere che un bagaglio di aspettative, oltre che di energia, così importanti possano mai essere messe in discussione. Figuriamoci deluse

“NOSTALGIA CANAGLIA”. Ore 21: le luci si abbassano, mentre si alzano le urla di liberazione che fanno quasi tremare l’aria, la scenografia lentamente si rivela per la presenza dei svariati sfondi che (si sapeva) avrebbero ripercorso durante lo svolgimento della serata (ad ogni canzone) la carriera delle “Vergini di Ferro”, prendendo spunto dalla loro prolifica discografia (primeggiata ovviamente, e come sempre, dal faccione mostruoso di Eddie the Head). E, personalmente, ho provato persino a illudermi che alcuni dei pezzi contenuti in “Fear of the Dark” (1992) che mi fecero innamorare di Harris e soci (“Afraid to Shoot Strangers”, “From Here to Eternity”, “Wasting Love”) potessero correre il rischio di far parte della scaletta.

Ad impattare, una volta che la band rivela di aver preso possesso del main stage, è “If Eternity Should Fail” (traccia di apertura dell’ultimo album “The Book Of Souls”, 2015), dal tiro interessante (almeno per me che non ho ascoltato il disco), ma non all’altezza delle vecchie cavalcate metal “Made in Iron Maiden”. Si passa a “Speed of Light”, il brano che ha aperto la strada alla distribuzione di “The Book of Souls”, e già comincio a sgranchire le gambe per prepararmi a qualche “pogata” eventualmente in arrivo. Se non fosse che una buona parte delle persone intorno a me sembravano essere cadute in uno stato di passività totale, come protesa unicamente all’ascolto del concerto piuttosto che al suo “vero” godimento. Non sono convinto, dev’essere un caso, aspettiamo che arrivi il tempo per i brani storici. Ed è con questo atteggiamento pseudo positivo che, dopo aver faticosamente mandato giù altri brani come “Tears of a Clown”, “The Red and The Black” o “Death or Glory”, posso provare a tirare un sospiro di sollievo sulle note di “Children of the Damned” (1982), “The Trooper” (1983), “Powerslave” (1984). Ma il tentativo fallisce, miseramente. Non si riesce a capire cosa stia cantando Dickinson, c’è qualche fuori tempo di troppo della sezione ritmica (chi è musicista può capire), gli assoli di chitarra sono poco chiari e a volte super arrangiati sul momento (con risultati discutibili), “Fear of Dark” viene eseguita in maniera troppo timida per dei “colossi” del genere, e solo la scenografia poderosa (con tanto di “fiammate” in vari punti del palco) sembra a malapena accendere veramente gli animi . Il timore, in tutta sostanza, diventa un dato di fatto: i Maiden non sono più i Maiden. Non quelli di una volta, sicuramente, quando l’adrenalina raggiungeva picchi vertiginosi perché ben ripagati dal talento della band inglese. Non quelli che avrebbero lasciato con così tanta semplicità una moltitudine di persone immobile e per niente scossa anche solo lontanamente dall’epicità dell’evento. Come se l’unica immagine possibile da cavare fuori da una simile cornice fosse semplicemente quella di un “maledetto raduno di irriducibili nostalgici degli Iron Maiden”.

Risanare un malcontento di questa portata con qualche appunto del tipo “Bruce Dickinson ha dovuto comunque fare fronte a ben due tumori (uno dei quali alla lingua)”, oppure “Ma sicuramente sarà stata colpa dei fonici e degli altri responsabili del settaggio dei volumi” non può avere grosse probabilità di successo, questa volta. Parliamo degli Iron Maiden, non degli ultimi arrivati! Non spendo 80 Euro di biglietto tanto per passare un pomeriggio all’insegna della migliore produzione metal possibile, ma per essere partecipe di un grande evento legato ad uno degli stili musicali per me più importanti e significativi, e che sin dall’inizio non ho potuto fare a meno di identificare con il mitico faccione mostruoso ideato dall’illustratore inglese Derek Riggs. Non si giunga rapidamente alla conclusione che il mio intento è puramente quello di ridurre l’intera questione ad un mero discorso economico. C’è una presa di coscienza di fondo, di quelle che (se glielo lasci fare, naturalmente) ti mettono più di fronte ai segni dell’età di quanto farebbero mai le rughe sul tuo viso: il tempo passa per tutti, anche per le rock band più indistruttibili e longeve. E chiunque si ritenga un ottimo fruitore della musica in generale dovrebbe concedersi il coraggio di un punto di vista diverso rispetto all’esecuzione del concerto tenutosi lo scorso 24 luglio al “Postepay Rock in Roma” (salvo per qualcuno l’essere estremamente convinto che sia stato effettivamente un grandioso show). Nessuno vorrebbe mai veder sparire dalla scena i propri miti, ma se proprio un giorno dovessimo accettare la triste realtà sarebbe sicuramente meglio lasciare che siano “loro” i primi a farci intendere che qualche luce del palcoscenico è bene che la si cominci a spegnere. Dopo svariati anni di fedeltà incrollabile, noi fan ce un po’ ce lo meritiamo.

Perché, perché, perché…*

Perché, perché, perché…*

“Perché vivi se non sei felice?”

“Voglio tornare a scrivere, le sembra una risposta adatta?”

“È così importante?”

“Per me lo è”

“E’ sufficiente?”

“Ogni persona è costretta a crearsi una finzione per poter continuare a vivere. C’è chi pensa alla famiglia, chi al lavoro, chi al denaro, chi al sesso. Ma sono tutte illusioni. Io ho la mia”.

[Pier Vittorio Tondelli] *

[Joe Bonamassa, “Mountain Time”Live at the Royal Albert Hall, 2009